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Festa della PitinaTramonti di Sopra · 7–8 novembre 2026

La memoria

Il macellaio che fece uscire la pitina dalle case

Per un secolo e mezzo la pitina è stata un cibo di casa: si faceva in famiglia e in famiglia si mangiava. Che oggi la si trovi in una gastronomia o nel menù di un ristorante si deve, in buona parte, a un macellaio di Tramonti di Sopra morto a quarantatré anni.

Veduta aerea del bosco sopra Tramonti di Sopra: fra gli alberi si riconoscono i ruderi di Frassaneit
Frassaneit dall’alto: il bosco si è ripreso le case. La pitina nasce qui. Riprese con drone, 2020 — realizzate con il contributo della Camera di Commercio di Pordenone

Dove nasce la pitina

La pitina nasce a Frassaneit, borgo del comune di Tramonti di Sopra, nella prima metà dell’Ottocento. Non nasce come specialità: nasce come risposta a un problema. In una valle dove la carne era rara e l’inverno lungo, la pecora che si azzoppava o il camoscio che si riusciva a prendere andavano conservati subito — e senza budello, perché il budello serviva al maiale, quando un maiale c’era.

La carne magra di pecora, capra o selvaggina veniva tritata e impastata con sale, pepe e finocchio selvatico, legata con un po’ di grasso di maiale, fatta a palla, rotolata nella farina di mais e appesa al camino. Il fumo faceva il resto, e la farina era la crosta che proteggeva.

Di Frassaneit oggi restano due gruppi di case, abitate fino agli anni Cinquanta e poi lasciate: mezzo secolo fa ci vivevano oltre cento persone. La vecchia scuola è stata recuperata a bivacco, lungo il sentiero che entra nel Parco delle Dolomiti Friulane.

Cartello di legno «Frassaneit di Sopra m. 561» accanto a un rudere, lungo il sentiero nel bosco
Il cartello sul sentiero: Frassaneit di Sopra, 561 metri. Archivio Festa della Pitina, 2020
Muri in pietra senza tetto, invasi dalla vegetazione, lungo la mulattiera
Quello che resta delle case, lungo la mulattiera. Archivio Festa della Pitina, 2020

Sulla data le fonti non vanno d’accordo fino in fondo. La prima metà dell’Ottocento è l’epoca indicata dagli studi gastronomici; l’Associazione produttori ricorda però che testimonianze scritte anteriori al 1960 non ce ne sono. Il luogo, invece, non è in discussione.

Mattia Trivelli, 1949–1992

Mattia Trivelli era il macellaio di Tramonti di Sopra. Negli anni Ottanta fu il primo a pensare che quel cibo povero, nato dalla necessità e rimasto dentro le famiglie, potesse interessare qualcuno fuori dalla valle. Cominciò a produrlo in bottega su scala artigianale e a portarlo alle fiere della regione.

Il passaggio che cambiò le cose fu il sottovuoto: confezionata, la pitina poteva viaggiare e stare su uno scaffale. Una guida turistica del 1989 la cita già con il suo nome — «la Pitina di Mattia Trivelli a base di carne di montone affumicata».

Il 4 aprile 1989 depositò all’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi la domanda di registrazione del marchio «Pitina». Morì nel 1992, a quarantatré anni.

Il premio che porta il suo nome

Vent’anni dopo la sua morte è nato il Premio Mattia Trivelli, rivolto ai ristoratori che mettono la pitina nei loro menù; più tardi si è aggiunto un concorso per i produttori di Pitina IGP. Lo organizzano l’Ecomuseo Regionale delle Dolomiti Friulane Lis Aganis, l’Associazione produttori Pitina, l’UTI delle Valli e delle Dolomiti Friulane e l’Accademia Italiana della Cucina.

Dopo di lui: il Presidio e l’IGP

La strada aperta da Trivelli ha portato lontano: prima il Presidio Slow Food, il primo del Friuli Venezia Giulia, poi il riconoscimento europeo. Il regolamento che registra la Pitina fra le Indicazioni Geografiche Protette è del 19 giugno 2018, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 2 luglio dello stesso anno.

Il disciplinare limita la produzione a dodici comuni: Andreis, Barcis, Cavasso Nuovo, Cimolais, Claut, Erto e Casso, Frisanco, Maniago, Meduno, Montereale Valcellina, Tramonti di Sopra e Tramonti di Sotto.

Le fonti di questa pagina sono nella bibliografia del sito.

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